Ormai da circa 65 anni le parole “viva l’Italia” o l’inno di Mameli eravamo ridotti a sentirli solo durante le partite di calcio ma ora anche il Festival di San Remo ha capito che per fare audience questi argomenti possono servire e allora ha coinvolto Roberto Benigni che, nobilitato da un Premio Oscar, ha assunto agli occhi dei fruitori di schermi e teleschermi una figura carismatica adatta al compito di ricordare agli Italiani che non è un peccato essere orgogliosi della nostra identità e che forse le nostre virtù sono maggiori dei nostri difetti. Quindi stiamo facendo qualche passo avanti rispetto all’orgia di auto-denigrazione che ci ha accompagnato specie nel settore cinematografico per alcuni decenni. In questa ottica va vista anche la (sembra definitiva) decisione governativa di dichiarare festiva la data del 17 marzo 2011- relativa ai 150 anni dell’Unità d’Italia. Come ha già detto qualche altra voce autorevole il 17 marzo 1861 non fu proclamata ufficialmente l’unità del nostro Paese ma fu sancita la nascita del Regno d’Italia sotto la sovranità costituzionale della Casa di Savoia, un patto tra gli Italiani, che si erano battuti nelle guerre del Risorgimento e che poi avevano ribadito con i Plebisciti, e la Dinastia che aveva realizzato l’anelito unitario. Poi dato che la Storia è un divenire di eventi una limitata maggioranza di cittadini, il 2 giugno 1946, decise che la Monarchia era una sovrastruttura superflua e preferì la forma repubblicana. Eppure nella consultazione per il referendum istituzionale ben 10.719.284 di Italiani si confermarono monarchici (e non si attese neppure il ritorno in Patria di migliaia di nostri concittadini ancora ex prigionieri di guerra) quindi ancora legati a quel patto inscindibile di fedeltà e di riconoscenza verso i Sovrani Sabaudi che avevano messo in gioco tutto ciò che possedevano per l’unione di tutti gli Italiani. Ebbene, certo sappiamo che il referendum non è una semplice consultazione elettorale che si replica ogni sei anni, di questi milioni di Italiani (ormai quasi tutti morti) non si parla mai, eppure non protestarono e operarono lealmente per la ricostruzione del Paese. Allora in questo Centocinquantesimo anniversario, che avrà un altro suo “clou” anche il 2 giugno con la presenza a Roma di molti Capi di Stato, non sarebbe il caso di onorare la memoria degli sconfitti del 1946, il Re Umberto II per primo, che non provocarono sommosse ma operarono per la pacificazione? Basterebbero poche parole ma concrete, o addirittura la sepoltura al Pantheon degli ultimi due Sovrani e delle loro Consorti; 10 milioni e 7 centomila Italiani ne avrebbero diritto e sarebbero ulteriori e positivi passi avanti per l’Unità, per la Storia e infine per l’Italia!
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